Dal 2 agosto 2026 l’Europa chiede trasparenza sui contenuti generati dall’AI. Servono figure capaci di riconoscere, verificare e proteggere. Ne parliamo con Marco Bellini, che da oltre trent’anni lavora tra intelligenza artificiale e sicurezza informatica.
Marco Bellini è docente di ITS INCOM Academy e professionista del settore ICT. CEO di InternetONE e CTO del Swiss Innovative Arts and Technologies Institute, si occupa di infrastrutture cloud, networking, cybersecurity e Internet of Things, trasferendo agli studenti competenze tecniche direttamente applicabili nel mondo del lavoro
C’è un’idea semplice che spiega gran parte di quello che sta accadendo nel lavoro digitale: l‘intelligenza artificiale amplifica. Moltiplica il valore di chi possiede basi solide e mette in luce chi si ferma alla superficie. “Oggi tutti usano gli stessi strumenti allo stesso modo”, osserva Marco Bellini. “Chi ha una forte cultura e forti competenze fa davvero la differenza.”
Questo cambia radicalmente il modo di guardare alle competenze. Fino a poco tempo fa bastava saper usare uno strumento. Oggi che lo strumento è alla portata di tutti, il vantaggio si sposta altrove: sulla visione, sul pensiero laterale, sulla capacità di leggere in profondità un problema e di immaginare soluzioni che gli altri non vedono.
Quando tutti hanno lo stesso strumento, vince chi ha la visione
Bellini usa un’immagine efficace. “Pensa a Checco Zalone che vende gli aspirapolvere a tutti i parenti: è il commerciale dell’anno, e l’anno dopo si ritrova a zero.” Chi si ferma al risultato immediato, replicabile da chiunque con gli stessi strumenti, esaurisce presto la sua spinta. Chi ha una visione di lungo periodo costruisce qualcosa che dura.
Vale per ogni mestiere digitale, e vale in modo speciale per la cybersecurity, dove gli scenari cambiano di ora in ora. “I modelli evolvono di continuo, ogni giorno ce n’è uno nuovo”, spiega Bellini. Per questo contano più le fondamenta degli strumenti del momento: le basi restano, gli strumenti passano.
Red team e blue team: capire l’attacco per saper difendere

Nel mondo della sicurezza informatica esistono due squadre. Il red team è chi attacca, il blue team è chi difende. C’è una regola che sorprende chi si avvicina per la prima volta: per difendere davvero, prima bisogna imparare ad attaccare. Solo conoscendo in profondità le tecniche di chi vuole colpire un sistema si diventa capaci di proteggerlo.
Ed è qui che la logica dell’amplificazione mostra il suo lato più delicato. L’AI potenzia allo stesso modo chi difende e chi attacca. La conseguenza è chiara: serve una preparazione seria, perché la sfida si gioca sulla competenza reale e non sulla familiarità apparente con gli strumenti.
Proteggere le persone: un dovere prima di tutto etico

Alla domanda se la cybersecurity riguardi solo le grandi imprese, Bellini dà una risposta che sposta il discorso su un piano più ampio. “Bisogna proteggere prima di tutto le persone. È un dovere etico e sociale.”
Il paragone che sceglie è illuminante. “Un tempo c’era il cartomante che faceva le carte e si approfittava di ignoranza e superstizione. Oggi la stessa dinamica passa da un fake su TikTok o da una voce clonata al telefono.” Cambiano gli strumenti, resta la logica di chi vuole approfittarsi di chi ha meno difese. E qui l’intelligenza artificiale diventa una risorsa preziosa per il “blue team”: gli stessi strumenti servono a riconoscere i contenuti manipolati, a verificarli e a bloccarli prima che facciano danni. Difendere le persone più esposte diventa una responsabilità concreta di chi ha le competenze per farlo.
L’AI Act spiegato con parole semplici
Dal 2 agosto 2026 l’Europa ha reso operativi gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50 dell’AI Act. La logica ricorda quella delle etichette alimentari: come su un prodotto si dichiara la provenienza, ora anche sui contenuti digitali occorre dichiarare l’origine. Chi utilizza un sistema di AI deve rendere riconoscibile un chatbot come intelligenza artificiale, segnalare un deepfake, indicare quando un testo di interesse pubblico è generato o manipolato con l’AI.
Questo apre uno spazio professionale nuovo. Accanto a chi rispetta le regole ci sarà chi prova ad aggirarle, e serviranno figure capaci di riconoscere i contenuti non dichiarati, verificarne l’autenticità e intervenire. Una competenza che unisce conoscenza tecnica, senso critico e capacità di analisi.
A questo si aggiunge un tema che accompagna ogni sistema di AI: la protezione dei dati. I modelli lavorano su grandi quantità di informazioni, spesso personali e sensibili. Le regole europee sulla privacy continuano ad applicarsi in parallelo all’AI Act, e chi progetta o gestisce questi sistemi deve saper garantire che i dati siano trattati in sicurezza, protetti da accessi indebiti e utilizzati nel rispetto delle persone a cui appartengono. Sicurezza dei sistemi e tutela dei dati diventano due facce dello stesso lavoro.
Un’opportunità grande quanto una rivoluzione
Bellini guarda al futuro con una convinzione netta: viviamo una trasformazione più profonda della rivoluzione industriale di Henry Ford. Come allora un’innovazione cambiò l’accesso di milioni di persone alla mobilità e ridisegnò un intero sistema produttivo, oggi l’intelligenza artificiale apre possibilità a chiunque abbia idee, metodo e determinazione. “Puoi lavorare ovunque: da libero professionista, in una grande azienda, in una piccola realtà. Non c’è limite.” Cita realtà italiane cresciute grazie all’AI e giovani che hanno trasformato una buona idea in un progetto solido.
Il punto di partenza, dice, è la forza di volontà. Il resto lo costruisci con le competenze giuste.
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